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Il Piper impossibile

   
 Un locale di Torino “brevissimo”, vivo di cultura; poi il “fallimento”. Rä di Martino ci racconta il suo progetto, in anteprima a “Lo schermo dell’arte” mario francesco simeone 
 
Il Piper impossibile
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Deve esserci qualcosa che rende facile trasformare la realtà in mitologia, la quotidianità in storia. Un meccanismo antropologico in fondo naturale - lo pratichiamo da sempre, o quasi - e sicuramente gradevole, perché a chi non piacerebbe sedersi davanti a un fuoco, per ascoltare una voce narrante eventi magnifici o misteriosi? E in questo caso, il fuoco, cioè l’epicentro focale degli sguardi che immaginano, è rappresentato da una superficie altrettanto luminosa e guizzante, cioè quella dello Schermo dell’Arte. L’undicesima edizione della manifestazione dedicata alle molteplici interazioni tra cinema e arte si terrà dal 14 al 18 novembre e porterà, in diversi luoghi di Firenze, tra il Cinema La Compagnia, Le Murate, Palazzo Strozzi e altri ancora, circa cinquanta ospiti internazionali, artisti, registi, produttori, addetti ai lavori, come Driant Zeneli, Diego Marcon, Jordi Colomer, Lisa Immordino Vreeland, giusto per citarne alcuni. 
E per la opening night del 14 novembre, tre appuntamenti da non perdere. A farci entrare nel giusto contesto ci penserà la voce di Peter Greenaway, "pittore su celluloide”, labirintico narratore di storie fantastiche, liriche e profondamente umane. Il regista gallese presenterà The Open Air, lecture incentrata sul suo prossimo film, Walking to Paris, dedicato al viaggio a piedi dalla Romania alla Francia, intrapreso da Constantin Brâncuși tra il 1903 e il 1904. Ad augurarci la buonanotte sarà il collettivo Zapruder, con Zeus Machine, progetto visivo-installativo a 12 canali dedicato alle eroiche fatiche di Ercole, declinate da un punto di vista eccentrico e attualizzante. E in mezzo, una storia che avrà toccato in molti e da molto vicino, ambientata in un passato tanto mitico quanto vivido, raccolta e raccontata da Rä di Martino. In anteprima sarà infatti presentato 100 Piper. Breve storia del Piper di Torino (1966-1969) in 100 frammenti, progetto dedicato al leggendario Piper Club di Torino. Ce ne parla la stessa artista e film-maker, nata a Roma nel 1975, vincitrice del SIAE Award al Festival del Cinema di Venezia del 2014 e del Premio Acacia nel 2018. 

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Rä di Martino, 100 Piper. Breve storia del Piper di Torino (1966-1969) in 100 frammenti

Per questa undicesima edizione dello Schermo dell’Arte presenterai un focus sul tuo percorso di ricerca attraverso sei cortometraggi, realizzati tra il 2001 e il 2017. Che effetto ti fa rivederti? 
«A volte succede di ripresentare uno dopo l’altro una serie di lavori del passato, di solito non ne ho assolutamente voglia prima che la presentazione inizi e poi mentre li rivedo spesso mi sorprendo a guardarli come se non fossero miei. In questo caso abbiamo fatto una selezione che mi piace molto di 6 video dal 2007 al 2017». 
Occhi puntati su "100 Piper. Breve storia del Piper di Torino” (1966-1969), che sarà presentato proprio in questa occasione. Com’è nata l’idea di raccontare questa storia? 
«L’idea non nasce da me ma da un invito di Paola Nicolin con il suo progetto The Classroom e una collaborazione con Artissima che vedeva una serie di ricerche e conferenze sul Piper di Torino, insieme al Centro di Restauro La Venaria Reale, che quest’anno ha restaurato l’archivio Piper, composto di diapositive e poster. L’idea era di fare un video ispirato all’esperienza del Piper, che poteva essere un documentario o in modo meno didascalico un punto di partenza». 
In questo processo di ricostruzione di una memoria, come hai bilanciato la tua cifra stilistica con le esigenze di obiettività storiografica? 
«Per onestà intellettuale non parlerei di "obiettività storiografica”. Il lavoro infatti, essendo un documentario che fa i conti con una sostanziale mancanza di fonti originali, si muove in uno spazio intermedio. Non posso negare che ci sia stato un importante e fondamentale lavoro di questo tipo, se non altro per l’aver dovuto ricostruire in modo attento e il più possibile completo questa vicenda, per tutte le persone che abbiamo incontrato nella fase esplorativa, e anche per la non facile ricerca sul campo, in termini di materiali visivi, documenti ed ephemera. Tuttavia, il lavoro di per sé abbandona coscientemente questo approccio storiografico, se ne libera per addentrarsi in una dimensione più elusiva ed artistica. Ciò che rimane è la ricostruzione libera, attraverso un’attenta selezione di frammenti visivi, testuali e sonori, di un luogo che è rimasto fino ad oggi per lo più nascosto nei ricordi di coloro che l’hanno animato o frequentato. In un questo senso, 100 Piper è quasi la conseguenza artistica dell’impossibilità di un racconto storico e documentaristico». 

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Rä di Martino, 100 Piper. Breve storia del Piper di Torino (1966-1969) in 100 frammenti

Autogestito e al di là delle logiche istituzionali ma epicentro di una storia tutt’altro che marginale e ispirato alle ricerche internazionali. Il Piper ricopriva una funzione ibrida di aggregatore culturale e sociale. È un ruolo che, oggi, rivedi in qualche altro spazio? 
«Non credo di poter fare un parallelo diretto con uno spazio o un locale di oggi. Il Piper ha avuto una vita molto breve e intensa, risultato di una rete di cause e concause – storiche, artistiche, sociali, tecnologiche e politiche – che in seguito non si sono più ripetute nella stessa forma. Non tanto nel senso che il Piper di Torino sia stato semplicemente un locale o un format vincente e irripetibile, quanto per il fatto che quella specifica forma di aggregazione è stata il condensarsi di una particolare idea di cultura. Un'idea che in quegli anni ha prodotto questa storia straordinaria che è il Piper, ma che poi purtroppo ha "fallito”. Parallelo sensato, dovremmo forse rivedere i punti di riferimento: in quel momento artisti e intellettuali avevano bisogno di ricreare le condizioni su cui basare il rapporto tra arte e vita, e vedevano nell’idea di un nightclub il dispositivo ideale. Oggi, ferma restando questa esigenza, dovremmo chiederci quale potrebbe essere lo strumento più giusto, e non è detto che sia un locale di quel tipo». 
Cosa racconta o dimostra, a oggi, quella esperienza? 
«Ci dimostra in modo molto semplice che l’arte, la cultura e l’intrattenimento, quando convergono in modo serio, generano uno spazio nuovo d’espressione e d'esperienza. Un territorio comune, uno spazio d’immaginazione che contiene e amplifica il significato dei suoi singoli elementi. Non mi riferisco solo all’aspetto utopico, che forse all’epoca era la cornice concettuale di fondo, quanto a quella dinamica sostanziale, a quel meccanismo spontaneo che questi esperimenti a cavallo tra arte e socialità sono a volte in grado di generare. 100 Piper se lo vediamo in questa prospettiva, è un documentario che parla proprio di questo spazio astratto dell’immaginazione condivisa».

Mario Francesco Simeone

 


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