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Fotografia 5 – Stefan Moses e Bernd & Hilla Becher
Accademia Tedesca Roma Villa Massimo, Roma

   
  mario finazzi 
 
Fotografia 5 – Stefan Moses e Bernd & Hilla Becher - Accademia Tedesca Roma Villa Massimo, Roma
pubblicato

Quinto capitolo di un-ideale ricognizione sulla fotografia tedesca del Novecento, Fotografia 5 presenta una selezione di lavori realizzati da due, anzi tre, fotografi tedeschi della generazione nata negli anni trenta: il meno conosciuto ritrattista Stefan Moses, scomparso lo scorso febbraio, e i coniugi Hilla e Bernhard  Becher – iniziatori di quella scuola di Düsseldorf che produrrà alcuni tra i più grandi fotografi contemporanei tedeschi quali Andreas Gursky e Thomas Ruff.
Fotografi tedeschi che fotografano altri tedeschi, o architetture tedesche. Potrebbe sembrare agli spiriti più superficiali qualcosa che non ci riguarda, e invece fotografare la Germania del secondo dopoguerra, vuol dire parlare della storia recente di tutti noi europei.
Nonostante i linguaggi utilizzati dai due, anzi tre, fotografi, siano molto distanti, hanno in comune il desiderio di ricercare e valorizzare l’individualità dei soggetti – siano essi persone o architetture – dopo un periodo storico in cui si era provato ad annullare, contrastare, cancellare queste individualità.

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Stefan Moses, Paula Busch, Direttrice di circo dalla serie I grandi vecchi 1963 (c) archiv stefan moses

Di Moses è stata in mostra una buona selezione della serie Die großen Alten (1962-2000): i grandi vecchi, questo il significato del titolo, sono i personaggi tedeschi sfuggiti alla guerra, di cui il fotografo cerca di far emergere il lato più umano, talvolta ironico. Il set è sempre lo stesso, i grossi tronchi di una foresta – non saranno anche gli alberi, i grandi vecchi? – che potrebbero rievocare scenari tanto cari al folklore tedesco. I personaggi in cui ci imbattiamo non sono però Siegfried, o sfuggenti coboldi, ma oppositori resistenti al nazionalsocialismo, dissidenti, ebrei tedeschi, e per questo costretti a emigrare, a nascondersi, a fuggire dalla loro patria. Il politico Willy Brandt, l’attrice Tilla Durieux, l’attore Curt Bois e tanti altri intellettuali, spuntano tra gli alberi, con il loro viso segnato, schietto, interlocutorio, come se ci si fosse ritrovati per caso in una foresta, durante una fuga, o dopo essersi persi. 
Il modello a cui guardò Moses è la fotografia ritrattistica alla Irving Penn o alla Richard Avedon, nonostante sia stato spesso evocato il nome di August Sander.
Sander, nella sua sistematicità di catalogatore, diventa invece una pietra di paragone più calzante nel caso dei Becher e del loro approccio quasi tassonomico alla fotografia: la loro raccolta di Fachwerkhaus, le tipiche case a graticcio tedesche della regione del Siegerland, è un pretesto per schedare le infinite combinazioni di travi verticali, orizzontali, diagonali, e registrare la varianza all’interno di una stessa specie di edifici. Si tratta anche del primo progetto che i Becher realizzarono insieme, tra gli anni cinquanta e gli anni settanta. Da un lato le architetture vengono trasformate in sculture anonime, paragonabili quasi a dei ready made architettonici. Dall’altro, il lavoro dei Becher ha avuto il merito di porre sotto i riflettori quelle magnifiche architetture tradizionali tedesche che stavano venendo decimate durante la foga della ricostruzione nella Germania del dopoguerra. 
Ancora quindi storia e fotografia vanno a braccetto. E non possiamo che essere d’accordo con Joachim Blüher, direttore di Villa Massimo, quando osserva: «Se solo ogni epoca avesse fotografi di questo tipo e calibro, non avremmo più bisogno dei libri di storia».

Mario Finazzi

Fotografia 5 – Stefan Moses e Bernd & Hilla Becher
Accademia Tedesca Roma Villa Massimo, Roma
www.villamassimo.de
 


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