Robert Indiana 3073 utenti online in questo momento
exibart.com
 
community
Exibart.segnala
Blog
recensioni
rubriche

arte contemporanea, collettiva PINACOTECA CASA RUSCA ​ Piazza Sant'antonio Locarno 6600

Locarno - dall'otto aprile al 13 agosto 2017

Robert Indiana

Robert Indiana
LOVE, 1967 - Acquaforte e acquatinta 66 x 66 cm
© Robert Indiana
 [Vedi la foto originale]
PINACOTECA CASA RUSCA
vai alla scheda di questa sede
Exibart.alert - tieni d'occhio questa sede
Piazza Sant'Antonio (6600)
+41 0917563185 , +41 0917519871 (fax)
servizi.culturali@locarno.ch
www.locarno.ch
individua sulla mappa Exisat
individua sullo stradario MapQuest
Stampa questa scheda
Eventi in corso nei dintorni

Prima personale di Indiana in un museo svizzero. La mostra a Casa Rusca indaga, attraverso circa sessanta opere, la produzione dell’artista a partire dalla fine degli anni Cinquanta
orario: Martedì - Domenica 10.00-12.00 / 14.00-17.00
Lunedì chiuso
(possono variare, verificare sempre via telefono)
biglietti: Intero CHF 10.-
Ridotto ragazzi, AVS e gruppi (minimo 10 persone) CHF 8.-
Ingresso gratuito per le scuole
vernissage: 8 aprile 2017. ore 17
catalogo: in galleria.
ufficio stampa: bardelle.sabina@locarno.ch
curatori: Rudy Chiappini
autori: Robert Indiana
note: Conferenza stampa: giovedì 6 aprile 2017, ore 11.00
genere: arte contemporanea, personale

segnala l'evento ad un amico

mittente:
e-mail mittente:
e-mail destinatario:
messaggio:

individua sulla mappa

 
comunicato stampa
Riconosciuto a livello internazionale per le sue opere, il celebre artista statunitense Robert

Indiana sarà il protagonista, questa primavera (dal 9 aprile al 13 agosto 2017), di una grande

mostra alla Pinacoteca Comunale Casa Rusca di Locarno.

L’esposizione fa seguito alle ampie retrospettive promosse al MoMA, al Whitney Museum di New

York e in altri grandi musei americani ed europei, ultimo dei quali in ordine di tempo, il Museo di

Stato russo di San Pietroburgo, dove una sua mostra è stata organizzata la scorsa estate.

Numerose tra le più significative opere di Indiana di quest’ultima rassegna saranno presentate,

unitamente ad altri dipinti e sculture raramente esposti, a Locarno.

La straordinaria fama di Indiana è inoltre indubbiamente legata alla sua scultura “LOVE”, icona

inconfondibile della Pop Art, che si può ammirare in importanti luoghi pubblici di tutto il mondo,

dalla Seventh Avenue a New York ai giardini del Museum of Art a New Orleans, fino alla piazza

principale di Taipei.

La mostra di Locarno, nell’ambito della quale il pubblico potrà ammirare le principali opere

pittoriche e scultoree dell’artista americano, realizzate a partire dalla fine degli anni Cinquanta, è

frutto di una proficua collaborazione con la Galerie Gmurzynska di Zurigo e si configura come la

prima personale di Indiana in un museo svizzero.

“Ci sono più segni che alberi in America. Ci sono più segni che foglie. Per questo penso a me

stesso come a un pittore del paesaggio americano”. Così dichiarava Robert Indiana in un’intervista

al New York Times. L’artista, nato a New Castle nel 1928 come Robert Clark (il nome d’arte deriva

dal suo stato di origine), è riconosciuto come una delle voci leader della Pop Art, insieme a Andy

Warhol, Roy Lichtenstein, Claes Oldenburg, Tom Wesselmann e James Rosenquist.

Indiana, tuttavia, si distingue dai colleghi per la peculiarità della sua arte, con riferimenti alle

proprie radici culturali e pittoriche e in cui fonde idea, parola e immagine in forme da lui stesso

definite “verbali-visuali”. Il suo pensiero artistico è al tempo stesso visivo e verbale: consapevole

del fatto che il linguaggio gioca un ruolo nel processo del pensiero e questo include la sua

identificazione con qualcosa di visivo, nelle sue opere l’artista fa emergere le immagini dalle parole

e, viceversa, le parole dalle immagini.

Indiana è uno scrittore che dipinge e ciò lo rende unico. Il suo interesse principale è la

comunicazione delle idee attraverso un linguaggio in cui l’uso del testo, dei segni e dei numeri

spinge l’osservatore ad un dialogo. L’artista utilizza le sue immagini-testo come stimoli per

l’immaginazione: lo spettatore è pertanto invitato a creare una connessione tra il significato di una

parola e la propria associazione personale.

2

Robert Indiana utilizza segni che sono diffusi e universalmente noti, con l’intento di proporre

un’arte immediata e d’impatto, che possa essere alla portata di tutti, mescolata però con un

profondo significato esistenziale. Ogni opera è infatti pervasa da una vasta gamma di riferimenti

autobiografici, culturali, storici. Si può pertanto affermare che nella sua arte s’incontrano una

grande semplificazione formale e un’elevata complessità intellettuale.

L’artista propone uno stile grafico dove domina il colore e dove si ritrovano ampiamente i segni

della pubblicità, conquistando nell’immediato l’attenzione dell’osservatore. Un elemento rilevante

del lavoro di Robert Indiana è inoltre la tipografia. Opere come Decade Autoportrait 1968

presentano infatti sovrapposizioni di segni diversi, che accentuano l’espressione delle sue idee

visive, nutrite anche dal confronto diretto con esponenti del movimento minimalista come Ellsworth

Kelly, Agnes Martin e Jack Youngerman, che ha contribuito allo stile geometrico delle sue opere.

La mostra a Casa Rusca indaga, attraverso circa sessanta opere, la produzione dell’artista a

partire dalla fine degli anni Cinquanta, quando si trasferisce nella Grande Mela in un loft nella

zona portuale di Coenties Slip, dove l’incontro con i citati rappresentanti del movimento minimalista

lo porta a una svolta stilistica, raccogliendo tutto il fascino di una pittura dalla vena geometrica,

pulita, "hard-edge".

Accanto ai primi dipinti di natura astratta, il percorso espositivo presenta gli assemblaggi

denominati “Herms” realizzati con del materiale usurato (alberi di navi, assi di legno, metallo e

ruote arrugginite), le colonne percorse da brevi iscrizioni, le sculture (la famosissima “LOVE”), fino

alle recenti creazioni in cui i temi della sua ricerca sono tradotti in ideogrammi.

Indiana è infatti conosciuto soprattutto come “l’uomo che inventò LOVE”, una parola che lo segue

dal 1966, quando il primo “LOVE” lo catapultò agli onori e alla fama.

Icona del XXI secolo, la celebre opera “LOVE” fu realizzata per la prima volta nel 1964 - su

commissione del MoMA - come cartolina di auguri di Natale, prima di diventare scultura in

alluminio policromo. “LOVE” è stata inoltre simbolo del movimento pacifista degli anni Sessanta e

delle successive generazioni.

Alla sua opera più riconoscibile fa da contraltare la scultura “AMOR” (1998), con la medesima

struttura a coppie di lettere sovrapposte. La transizione di LOVE da dipinto a stampa a scultura

culmina nel monumentale “LOVE WALL” (1966), presente in mostra. In esso si osserva il ricorso

alla ripetizione speculare delle immagini utilizzata spesso dall’artista quale espediente per

richiamare la sua “visione binoculare”: raddoppiando l’immagine suggerisce due opposti punti di

vista e/o una visione interiore e una esteriore.

In assoluto fra le immagini più sfruttate e replicate al mondo, “LOVE” è entrata nella cultura di

massa, è stata ed è tuttora riprodotta nelle pubblicità, sulle copertine di libri e dischi, in riviste,

poster, sui capi d’abbigliamento e di arredamento, e così via. La sua esplosiva popolarità, ai tempi

in cui fu creata, cambiò la percezione di tutti su Indiana e sul suo lavoro.

Nel 1978 l’artista decide di lasciare la pulsante New York per ritirarsi nella quiete di Vinalhaven,

un’isola del Maine, dove vive oramai da più di 30 anni.

Questo cambiamento ha una ripercussione enorme sulla sua produzione e si riflette, ad esempio,

nella serie “Decade: Autoportraits - Vinalhaven Suite” (1980), dieci quadri ognuno dei quali

ricapitola un anno della sua vita nel corso degli anni Settanta. Si tratta del seguito di un ciclo di

autoritratti che vividamente incapsula la sua strategia autoreferenziale attraverso composizioni

che fondono parole, numeri e simboli.

Il “sogno americano” è un altro dei temi più ricorrenti e noti della produzione di Robert Indiana.

La retorica e l’utopia collettiva di una nazione-modello secondo cui attraverso il duro lavoro, il

coraggio, la determinazione sia possibile raggiungere libertà, felicità e benessere materiale ha

sempre influenzato l’immaginario dell’artista. Il tema inizia a popolare i suoi lavori nel 1960 (”The

American Dream n.1” fu il primo lavoro di Indiana ad essere venduto ad un’istituzione pubblica e

3

coincise con l’inizio della sua ascesa nel mondo dell’arte), per diventare in seguito una serie (la

prima nel 1960-61, la settima nel 1997-98).

Ma il commento di Indiana sul sogno americano è critico. Così scrive nella sua Autocronologia:

“...quite simply, the American Dream was broken”. Indiana si riferisce a un concetto di nazionalità,

a un sentimento che appartiene alla generazione dei suoi genitori (vittime della Grande

depressione e ciononostante entrambi possessori di un Ford T, al tempo stesso simbolo di un

sogno realizzato e di evasione da una realtà dura e amara).

L’artista ha sempre descritto i suoi lavori con le tre C: celebrativi, commemorativi e colorati.

Molti tra i più importanti poeti della letteratura americana hanno influenzato le sue opere: Hart

Crane (la poesia “The Bridge” è citata nell’opera “The Brooklyn Bridge”, 1971), Herman Melville,

Walt Whitman e, più di tutti, Marsden Hartley e Henry Wadsworth Longfellow che con la poesia

“The song of Hiawatha” - evocazione poetica delle tribù indiane del Nord America, i cui guerrieri

sono chiamati a mettere da parte la discordia e trovare la forza nella loro unione - gli ispirò il

dipinto “The Calumet” (1961) presente in mostra.

In “The small diamond Demuth 5” (2001) per la prima volta l’artista combina l’ammirazione per

William Carlos (vedi la poesia “The great figure”) e il pittore modernista Charles Demuth (“I Saw

the Figure 5 in Gold”, 1928, uno dei dipinti preferiti da Indiana, che ebbe modo di vederlo al

Metropolitan Museum of Art).

Il suo uso analitico del linguaggio deve molto anche a Gertrude Stein, così come le cadenze

ritmiche e l’uso di parole laconiche. L’ammirazione per la scrittrice e poetessa americana lo porta

ad essere scenografo e costumista teatrale nella produzione realizzata nel 1976 dalla Santa Fe

Opera de La madre di tutti noi (The Mother of Us All) di Virgil Thomson e Gertrude Stein, basata

sulla vita della suffragetta Susan B. Anthony.

Impegnato socialmente e politicamente durante tutta la sua carriera, Indiana ha sensibilizzato

le coscienze raccogliendo finanziamenti per diverse cause, tra cui quelle per i diritti civili. Nel

dipinto “The Rebecca” (trattasi del nome di una nave statunitense che trasportava schiavi), ad

esempio, non si può ignorare la sua visione cinica del sogno americano: la promessa

dell’uguaglianza, della libertà e della ricerca della felicità contenuta nella Dichiarazione

d’Indipendenza qui appare incompleta nella misura in cui si indirizza solo ad una parte della

popolazione.

Dopo che fu testimone degli attentati alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001, Indiana dipinge

anche una serie di opere come inno e grido alla pace, i Peace Paintings, esposti a New York nel

2004.

In passato in parte incompreso e ingiustamente dimenticato dalla critica, negli ultimi anni Indiana,

con la sua complessità concettuale dell’arte, è stato al centro dell’attenzione di critici e storici

dell’arte. Oggi gli si riconosce la capacità di avere esplorato i grandi temi dell’esistenza attraverso

gli occhi della memoria, di avere espresso la propria comprensione personale delle aspirazioni e

dei fallimenti associati al “sogno americano” e di essere stato un precursore nell’uso dei segni e

del linguaggio ampiamente adoperato dagli artisti contemporanei.

“Ancora oggi, dopo mezzo secolo, le opere di Robert Indiana sono esperimenti provocatori che

trasformano le immagini del linguaggio, ricontestualizzate dall’esperienza personale, la storia e

l’attualità.” (Wendy M. Blazier, storico dell’arte americano).
 
trovamostre
@exibart on instagram