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arte contemporanea, collettiva STUDIO CENACCHI ARTE CONTEMPORANEA ​ Via Santo Stefano 63 Bologna 40125

Bologna - dal 12 gennaio al 9 febbraio 2019

Marco Rigamonti - Tutto il silenzio che c'era

Marco Rigamonti - Tutto il silenzio che c'era
dalla serie “Paesaggi acidi”
Polaroid 669 type trattata all’aceto balsamico

 [Vedi la foto originale]
STUDIO CENACCHI ARTE CONTEMPORANEA
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Via Santo Stefano 63 (40125)
+39 051 265517 , +39 338 6107757
info@studiocenacchi.com
www.studiocenacchi.com
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La mostra è caratterizzata dall'esposizione di tre distinte ricerche dell'autore, connesse l'una all'altra dall'utilizzo della polaroid: "Solo fiori", "Paesaggi acidi", "Perso nel bosco".
Testo critico di Gigliola Foschi.
orario: da martedì a sabato ore 15,30 - 19,00.
Aperture straordinarie in occasione di Artefiera:
venerdì 1 febbraio 9,30 – 13,00 e 15,00 – 21,00
sabato 2 febbraio 9,30 – 13,00 e 15,00 – 24,00
domenica 3 febbraio 9,30 – 13,00 e 15,00 – 20,00
lunedì 4 febbraio 9,30 – 13,00 e 15,00 – 19,00
(possono variare, verificare sempre via telefono)
biglietti: free admittance
vernissage: 12 gennaio 2019. ore 18,00
autori: Marco Rigamonti
genere: fotografia, arte contemporanea, personale

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comunicato stampa
L’autore, con queste nuove serie di opere Rigamonti dimostra che la fotografia non è solo il momento dello scatto: essa infatti può trasformarsi in una sospensione, in una deriva nel corso del tempo. In un percorso nel passato e nella fotografia. Le sue, in effetti, sono immagini di immagini. Egli scava nel proprio archivio di fotografie compiendo, senza uscire dallo studio, una sorta di viaggio tra classificatori e contenitori. Estrae alcune serie di diapositive scattate all’epoca dell’analogico, le duplica con la polaroid (altro materiale desueto, invecchiato), poi le trasferisce su carta o le lascia a macerare 24 ore nell’aceto balsamico (come fa con Paesaggi Acidi), fino a ottenere immagini atmosferiche e sfumate, morbide o scavate da misteriose corrosioni. È come se il nostro autore volesse compiere una sorta di “verifica” non analitica (come quelle compiute invece da Ugo Mulas), bensì poetica, protesa a far emergere le immagini latenti che si sono depositate tra i suoi scatti, a rivelare ciò che rimane nonostante tutto, nonostante l’aceto che le aggredisce e le tinge di marrone. Dalla nitidezza delle immagini di partenza si arriva così a opere liberate dal compito della veduta e del resoconto paesistico. A opere per così dire “velate”, che hanno perso in definizione per guadagnare in un’altra visione, quella dell’anima e dell’immaginario. Il loro velo le ri-vela, le rende simili a piccole apparizioni sospese in un tempo indefinito, che si dispiega come un presagio, come un ricordo.
In Paesaggi Acidi il mare diventa allora una distesa dell’interiorità e l’orizzonte l’essenza della lontananza, il punto dove il vedere si incontra con il non-vedere, la linea dove il visibile tocca l’invisibile.
Con le serie Perso nel bosco le sue immagini oscure ci fanno sentire il groviglio di rami che paiono quasi sfiorarci il volto e protendersi verso di noi. La lontananza dell’orizzonte si rovescia qui in un troppo vicino, nell’impossibilità di avere una visione “controllante” e razionale, perché ci si è letteralmente persi nel bosco e il vedere si è trasformato in un’esperienza del sentire, in qualcosa di instabile e pervasivo che sfugge al pensiero cosciente e che oscilla seguendo i movimenti di un corpo in cammino, come smarrito tra sterpi e prati strapazzati dal freddo. Con la loro logica discontinua e non lineare, tali immagini ombrose, fluttuanti e disorientanti, fanno vacillare il nostro senso del tempo e la nostra collocazione nello spazio. Esse trasformano infatti la fotografia nel registro sensibile di un’esperienza dentro la natura e non di fronte ad essa.
Sospese tra apparizione e scomparsa, tra salvazione e dissoluzione appaiono anche le immagini della nuova serie Solo fiori, dedicata ai piccoli mazzi floreali abbandonati nei cassonetti dei cimiteri. Fiori non più raffigurati tra fioritura e appassimento, tra rigoglio cromatico e disfacimento, come venivano rappresentati dai pittori di vanitas del Seicento, protesi a ricordare la mortalità dell’uomo, ma anche la desiderabilità e la fragilità della bellezza. Invece, nelle immagini di Rigamonti troviamo solo fiori appassiti, solo petali e corolle gettate via; eppure, anche se ormai residuali, pur sempre segni di un gesto d’affetto che unisce i viventi e gli scomparsi. Essi non sono tanto metafore della nascita e della morte, ma ricordi tenaci ancora vivi, ancora tra i vivi.
 
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